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Nell’aprile del 2020 Maite Nkoane-Mashabane, il Ministro sudafricano per le donne, i giovani e le persone con disabilità, ha organizzato un webinar su Zoom per discutere gli effetti del Covid-19 sui membri più vulnerabili della società. La sessione è stata resa pubblica per invitare alla partecipazione. Tuttavia, durante l’incontro, alcuni hacker sono riusciti a ottenere il controllo dello schermo, iniziando a condividere sulla piattaforma contenuti pornografici. Non si tratta di un caso isolato: un fatto simile è accaduto a marzo 2020 durante un meeting organizzato da The Verge e chiamato #WFHappyHour, in riferimento all’omonima chat giornaliera di Zoom destinata ai membri dell’industria tecnologica. Anche in questa occasione, data la non segretezza della chiamata, un hacker è entrato nella chat e ha condiviso il proprio schermo, mostrando video pornografici agli altri membri della conferenza. Il troll continuava ad accedere alla Zoom call cambiando il proprio nome utente, costringendo gli host a interrompere definitivamente la chat. Insieme ai meeting da remoto, episodi del genere sono diventati sempre più frequenti e tali incursioni impreviste, rientrano nel fenomeno ormai noto come “Zoom Bombing” o, in tal caso, “Porn Bombing”. Per fronteggiare queste pratiche di violenza visiva sono stati quindi sviluppati nuovi metodi di sicurezza durante le videoconferenze, come ad esempio la protezione automatica tramite password.<br><br><br><br>Il secondo numero di TBD Ultramagazine prende le mosse dal fenomeno del “Porn Bombing” per indagare una serie di questioni urgenti del nostro presente. Dal rapporto con gli schermi alle nuove icone della quarantena, dal ruolo delle pornografie contemporanee alle politiche di trasgressione online.
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BEATRICE FAVARETTO - COME OUT

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Come out è il progetto sviluppato da Beatrice Favaretto (classe 1992) per il secondo momento Ultra di TBD Ultramagazine. Traduzione di un’indagine sulle camgirls, il lavoro dell’artista si inserisce all’interno di una ricerca più ampia che analizza il linguaggio pornografico e i suoi elementi. Favaretto esplora un multiforme spaccato femminile riflettendo sui codici visivi e concettuali legati agli spettacoli online. Gli stili, le fantasie e i feticismi che le camgirls mettono in scena trovano spazio in siti di sperimentazione e intrattenimento erotico, creati per appagare il proprio pubblico.
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Nell’aprile del 2020 Maite Nkoane-Mashabane, il Ministro sudafricano per le donne, i giovani e le persone con disabilità, ha organizzato un webinar su Zoom per discutere gli effetti del Covid-19 sui membri più vulnerabili della società. La sessione è stata resa pubblica per invitare alla partecipazione. Tuttavia, durante l’incontro, alcuni hacker sono riusciti a ottenere il controllo dello schermo, iniziando a condividere sulla piattaforma contenuti pornografici. Non si tratta di un caso isolato: un fatto simile è accaduto a marzo 2020 durante un meeting organizzato da The Verge e chiamato #WFHappyHour, in riferimento all’omonima chat giornaliera di Zoom destinata ai membri dell’industria tecnologica. Anche in questa occasione, data la non segretezza della chiamata, un hacker è entrato nella chat e ha condiviso il proprio schermo, mostrando video pornografici agli altri membri della conferenza. Il troll continuava ad accedere alla Zoom call cambiando il proprio nome utente, costringendo gli host a interrompere definitivamente la chat. Insieme ai meeting da remoto, episodi del genere sono diventati sempre più frequenti e tali incursioni impreviste, rientrano nel fenomeno ormai noto come “Zoom Bombing” o, in tal caso, “Porn Bombing”. Per fronteggiare queste pratiche di violenza visiva sono stati quindi sviluppati nuovi metodi di sicurezza durante le videoconferenze, come ad esempio la protezione automatica tramite password. Il secondo numero di TBD Ultramagazine prende le mosse dal fenomeno del “Porn Bombing” per indagare una serie di questioni urgenti del nostro presente. Dal rapporto con gli schermi alle nuove icone della quarantena, dal ruolo delle pornografie contemporanee alle politiche di trasgressione online.
DIDASCALIA
Come out

Come out è il progetto sviluppato da Beatrice Favaretto (classe 1992) per il secondo momento Ultra di TBD Ultramagazine. Traduzione di un’indagine sulle camgirls, il lavoro dell’artista si inserisce all’interno di una ricerca più ampia che analizza il linguaggio pornografico e i suoi elementi. Favaretto esplora un multiforme spaccato femminile riflettendo sui codici visivi e concettuali legati agli spettacoli online. Gli stili, le fantasie e i feticismi che le camgirls mettono in scena trovano spazio in siti di sperimentazione e intrattenimento erotico, creati per appagare il proprio pubblico.



Il lavoro, formulato attraverso quattro video, di cui tre dedicati alla piattaforma social di Instagram, alterna il background scenografico delle stanze con il corpo attivo al loro interno. Come Out è una lente d’ingrandimento su questo “teatro in onda”, in cui l’utente, al tempo stesso schiavo e padrone, paga per un’esibizione sempre diversa. Favaretto scompone gli elementi del palcoscenico e ne rivela la sottesa sceneggiatura, separando il set dall’audio e il vuoto dell’ambiente dalla fisicità in movimento. Il corpo, occultato, diventa sfondo miope di un rinnovato gioco di ruoli che, grazie a un capovolgimento percettivo favorito da un karaoke, rivela la silenziosa eccitazione del voyeur. Lo spettatore partecipa allo show e assume le vesti sia della camgirl sia dell’utente, invitato a recitare ad alta voce le esplicite richieste sessuali inviate nelle chat. L’ambiguità del ruolo assunto mostra non solo l’immagine costruita e le condizioni intenzionalmente fornite dalla protagonista ma anche le perverse suppliche della controparte, disposta subito a pagare. Si scopre, infatti, nella suspance e nelle pose studiate, la perfetta architettura di un mondo creato per piaceri e desideri impacchettati ad hoc.



Come Out è un viaggio intimo, il cui titolo rimanda a una condizione sospesa dove diventa labile il confine tra privato e pubblico. La dimensione personale e domestica della camera da letto si traduce in un luogo costantemente osservato dalla webcam, offerto a curiosi sguardi e trasportato nei meandri della rete.



La stanza esce dalla sua comfort zone per tradursi in uno scenario pubblico, in cui lo spettatore partecipa a ogni momento di intima coralità, trasformando la sua eccitazione in attesa. La sospensione temporale in balia di un ritorno diviene, quindi, principio e creatore stesso di tensione che stringe in una morsa di sessualità latente. I corpi sinuosi in movimento e le camere vuote generano una contrastante immersione che ipnoticamente conduce o nel silenzio o nel rimbombo ritmico di un rituale totalmente finzionale.



Beatrice Favaretto (Venezia, 1992) vive e lavora a Roma.



Dopo un triennio all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nel 2018 si laurea in Nuove Tecnologie per l’arte – Cinema e Video Arte, presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. A Milano collabora con festival di cinema indipendente e realtà legate al mondo dell’arte tra cui MASBEDO e Filmmaker Festival. Favaretto definisce il video come primario strumento della sua indagine, ma sviluppa le sue ricerche attraversando diversi linguaggi, al fine di esplorare le strutture essenziali dell’essere umano, ponendo particolare attenzione a tematiche legate all’amore, alla morte e alla sessualità. Differenti formati video, spesso legati a immagini di archivio, vengono esasperati e resi strumenti di analisi dell’esistenza contemporanea. La ricerca di Favaretto si sviluppa in maniera enciclopedica, attraverso la congiunzione di differenti progetti e punti di vista finalizzati alla riflessione e al coinvolgimento dello spettatore nella messa in scena

SCREENS

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INDEPENDENT REPUBLIC OF YOUR HOME

“Welcome to the independent republic of your home” [1].
Con questo slogan Ikea si affaccia al nuovo millennio per promuovere non solo i suoi prodotti, ma un modo di vivere: la casa come monade indipendente, dove l’uomo può scappare per evitare interferenze nella sua quotidianità. L’ingresso dell’abitazione è considerato confine tra il mondo esterno e la neutralità dell’ambiente domestico, come avviene nei negozi Ikea, dove ogni ambiente è fruibile separatamente. L’ideale della famiglia nucleare anni ’50 è stato propulsore della necessità di ritirarsi in privato, lasciando sullo zerbino problemi e domande suscitati dal mondo esterno, con l'obiettivo di raggiungere un innaturale equilibrio asettico, assioma per la felicità.
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NON C'É TEMPO DA PERDERE

La pandemia in atto ci ha colti impreparati sotto molti punti di vista, a cominciare da quello intellettuale. Per chi, come me, si occupa quotidianamente di teoria, la cassetta degli attrezzi è sembrata da subito piuttosto sfornita, inadeguata a descrivere l'attuale situazione di emergenza e a garantire valutazioni e soluzioni che siano utili per tutti. Eppure uno sforzo va fatto, si devono azzardare delle considerazioni perché si possa capire. Prendere appunti su ciò che credevamo di sapere e su quello che viviamo nel presente è forse il primo passo per tentare un bilancio, denunciare delle pieghe problematiche, formulare ipotesi. Se chiudo gli occhi e penso a questi giorni in reclusione, nella testa si agita una folla di immagini: di immagini digitali. Gli schermi dominano il mio quotidiano, l'orizzonte del mio percepito. Fin qui, sembrerebbe, nessuna novità. Gli schermi digitali sono i dispositivi mediali per eccellenza del nostro tempo, superfici operative, che la ricercatrice Galit Wellner propone di considerare al contempo muri e finestre (Wellner 2011). A dire il vero, l'idea che percepiamo il mondo attraverso una finestra si è imposta nella cultura occidentale almeno a partire dall'età moderna, con le leggi rinascimentali della rappresentazione prospettica. Si tratta di una teoria che affonda le sue radici nella convinzione, ampiamente diffusa già nell'antichità, che l'occhio sia la prima finestra attraverso cui ci affacciamo all'esterno, su degli oggetti separati da noi (Carbone 2016). Gli schermi della televisione, del computer, del cellulare, di un qualsiasi smart device abitano lo spazio vissuto e quotidiano, sono una presenza ubiqua, portatile e alle volte indossabile. L'esperienza schermica digitale è oggi pervasiva, gli schermi sono la nostra finestra, e anche di più. In questo caso non abbiamo a che fare soltanto con una metafora impiegata a fini euristici: si tratta effettivamente di una via di accesso a un contesto di una differente materialità rispetto al mondo fisico, eppure reale (Wellner 2011). Secondo Wellner, infatti, computer e smartphone condividono la tendenza a distrarre l'attenzione del fruitore dai suoi dintorni, indirizzandola verso ambienti virtuali altri. In questo senso sono in grado di separarci dal contesto che ci circonda e contemporaneamente di fornire l'accesso a spazi remoti, privati o condivisi. La catalizzazione della nostra attenzione, o meglio,la distrazione dal luogo in cui ci troviamo fisicamente, non è certo esclusiva delle tecnologie digitali e può essere considerata una caratteristica condivisa da tutti i media tecnologici. Attualmente però le tecnologie digitali sono a tal punto diffuse da essere in grado di garantire una costante interconnessione di luoghi e persone: ogni giorno siamo contemporaneamente dove si trova il nostro corpo e dove ci portano gli schermi. Per dirla con Don Inde, veniamo così coinvolti in una 'quasi-illusione' (Wellner 2011). Il significato del termine 'schermo' rimanda a qualcosa che nasconde alla vista, sia nel senso che fornisce una protezione sia nel senso che comporta un impedimento: è una superficie che mette in evidenza qualcosa e che, proprio per questo, contemporaneamente esclude qualcos'altro (Carbone 2016). Ciò che rende visibile è frutto di una selezione, esso mostra secondo le sue modalità delle porzioni di spazio, tempo e informazione, educando bisogni e desideri del fruitore insieme alle sue abitudini percettive. Gli schermi del nostro quotidiano raccolgono immagini, video, testi, consentono di parlare con altre persone e funzionano ormai quasi tutti tramite il tocco delle dita. Onnipresenti e interconnessi, ci guardano mentre li guardiamo, modificando il modo in cui interpretiamo il mondo e in cui ci comportiamo. READ ALL
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ZOOM COME THEATRUM. APPUNTI PER UNA NUOVA ESTETICA.

A pensarci bene Zoom non esisteva fino a poco, pochissimo tempo fa. Aspettate, forse è meglio riformulare questa frase: Zoom esisteva eccome, ma più nel nostro immaginario che nella realtà. Come tante altre sue cugine più o meno lontane, fino a poche settimane fa questa app non era mai stata considerata una parte integrante del nostro vivere. Eppure in poco tempo telelavoro, didattica a distanza e isolamento sociale hanno reso la piattaforma gratuita una necessità. I download giornalieri dell'app ci dimostrano quanto Zoom abbia inciso sulle nostre abitudini. Su scala globale, sono passati da 171 mila di metà febbraio a 2,41 milioni di fine marzo, con un incremento del 1.300% [1]. Al tempo stesso sarebbe riduttivo semplificare l'intera questione e considerare Zoom come unico protagonista, quando nelle ultime settimane sono prolificati tanti altri servizi simili: Google Meet, FaceTime, Whatsapp, Jitsi, Houseparty fino all'arrivo di Facebook Rooms. A pensarci bene l'unico a mancare all'appello è il veterano Skype, che fatica a competere con le piattaforme più recenti. Presa coscienza del vasto panorama che ci circonda in qualità di produttori-spettatori (per semplicità utilizzeremo più spesso il termine 'utenti') bisogna però constatare quanto Zoom la faccia da padrone, complice la facilità di accesso e la possibilità di condivisioni live sui Social Network. Inoltre, nel pensare alla loro capacità virale, è senz'altro lui il fiero e aitante responsabile di ogni genere di contenuto visivo: dirette streaming, webinar, meme e screenshot di qualsivoglia momentum-mementum. Tutte queste esperienze sono riconducibili al concetto di cultura partecipativa, un aspetto fondamentale della web culture, ed è proprio dall'osservazione della diffusione visuale sul web di queste immagini-schermo che prende avvio questa breve riflessione. READ ALL

PORN

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GRAMMATICA DEL PORNO

L'attuale epoca geologica potrebbe essere chiamata a giusto titolo Technocene, in quanto le ragioni di definire una nuova epoca hanno senza dubbio più a che fare con l'azione tecnologica piuttosto che con lo stato psicofisiologico umano. Secondo il sociologo Hermínio Martins la definizione di Antropocene, che si rifà all'impatto dell'attività umana sul pianeta soprattutto in relazione all'aumento dell'uso di combustibili fossili e delle relative emissioni di CO2 liberate nell'atmosfera, sarebbe ormai largamente superata [1]. Oggi la ridefinizione della realtà è riconducibile all'azione di tecnologie alimentate non dal petrolio, ma da un flusso costante di dati che dalla rete passa offline [2]. Bot, algoritmi e intelligenze artificiali condizionano in modo opaco la nostra vita, investendo sia la sfera dell'individualità sia quella della nostra socialità. Le applicazioni di messaggistica che controlliamo dai nostri smartphone sono le ultime e più avanzate discendenti delle chat room che spopolavano nei primi anni duemila. L'obiettivo è rimasto pressappoco lo stesso, solo perfezionato grazie a un'evoluzione tecnologica rapidissima: annullare le distanze per connettere tutti con tutti. Il proposito si è realizzato solo in parte, poiché occorre ammettere che applicazioni di questo genere contribuiscono allo stesso tempo a generare gruppi e sottogruppi, delle community nel lessico del web. Pur avendo accesso a una potenziale rubrica infinita di contatti infatti la tendenza è quella di collegarsi con persone che, se non conosciamo già, troviamo affini. Di certo i nostri interessi guidano le nostre relazioni online esattamente come di persona, ma sarebbe ingenuo pensare che la nostra appartenenza a un gruppo online sia l'esito di una scelta in nessun modo mediata. Come è noto, qualunque ricerca o acquisto fatto online viene indicizzato dai motori di ricerca per ottimizzare e reindirizzare ricerche e acquisti futuri. Allo stesso modo siamo guidati a frequentare solo certi ambienti del web che processi algoritmici, dopo aver accuratamente classificato gusti e interessi, hanno individuato come quelli più soddisfacenti per noi. La soddisfazione di un bisogno è infatti il presupposto principale di ogni azione svolta sul web e ciò verso cui la tecnologia indirizza il suo costante aggiornamento, ma che mentre nutre il nostro senso di libertà finisce per limitare almeno in parte la capacità di scegliere. Che si tratti dell'acquisto di un libro, della visione di un film o della scelta di dove andare a cena, nessuna delle nostre decisioni è completamente libera, è necessario riflettere sul fatto che spesso ciò che pensiamo di aver 'scoperto' ci è stato più che altro 'suggerito' da tecnologie sviluppate per prevedere e creare bisogni. Online prima che individui siamo utenti (e forse anche consumatori), occorre quindi essere consapevoli che questo meccanismo di preselezione può condizionare aspetti anche molto più delicati della nostra persona e delle relazioni che intratteniamo, compresa una sfera così personale e che reputiamo intoccabile come la sessualità. Gusti, tendenze e curiosità sono elaborati e restituiti in forma amplificata per soddisfare ogni possibile desiderio: la sessualità e i suoi contorni oggi hanno inevitabilmente a che fare con la tecnologia. READ ALL
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LEARNING FROM MISTY BEETHOVEN

Allora sono 50, ti aspetto fuori fra 10 minuti, ora devo incontrare Napoleone' - 'Napoleone?' - 'Sì, Napoleone!'; Misty si alza e sinuosa percorre la sala cinematografica per raggiungere un anziano che indossa un'improbabile divisa militare tardo settecentesca. 'Puntualissimo!', esclama Misty e, dopo un fugace bacio, inizia a masturbarlo. Misty procede indifferente con il suo lavoro, si gira verso l'intrigante sconosciuto (e futuro cliente) a cui poco prima aveva dato un appuntamento. La stimolazione meccanica procede, il Napoleone contemporaneo si sincronizza con la pellicola proiettata nel cinema, ignora Misty, e in un vorticoso susseguirsi di piani meta cinematografici, l'anziano imperatore francese e il porno attore del film raggiungono l'orgasmo in contemporanea' READ ALL

PORN BOMBING

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J'AI MAL À L'AUTRE

L'abbraccio e il bacio più lenti della storia avvengono, con dei movimenti pesanti e morbidi, sul pavimento di un grande museo. Il pubblico guarda attonito una scena che sembra accadere al di fuori della sfera del reale. Questa 'situazione costruita', come la definisce il suo autore, è The Kiss, creata da Tino Sehgal nel 2003.

Sospirare per la presenza corporea: le due metà dell'androgino sospirano l'una per l'altra, come se ogni respiro, incompleto, volesse confondersi con l'altro: immagine dell'abbraccio, in quanto esso fonde le due immagini in una sola: nell'assenza amorosa io sono, tristemente, un'immagine staccata, che si secca, ingiallisce, s'accartoccia'.

Lontani sembrano i giorni in cui le distanze fisiche potevano essere ridotte. La ridefinizione degli spazi che il nostro corpo può occupare non ci è mai stata insegnata, e nemmeno può essere riassunta in un infinito mare di regole. Un metro e mezzo può significare un'infinitudine di dettagli persi, di incontri mancati.

Nella sfera privata del domestico mettiamo questa angoscia da parte e ci avviciniamo, tanto quanto ci è possibile, all'immagine dell'Altro, inchiodata e racchiusa spesso in uno schermo. Le dita scorrono veloci sulla tastiera e gli occhi scrutano impazienti le forme che emergono da uno sfondo nero, un buio totale. I corpi si muovono veloci e i respiri si intrecciano; il sudore cola e il cuore batte forte.
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QUARANTINED

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NOLI ME TANGERE - ATLAS OF SOCIAL DISTANCING

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POLITICS

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ONLINE CULTURE WARS PT.1

La raid mentality è un vero e proprio leitmotiv della cultura online occidentale e connette fenomeni apparentemente distanti come lo zoombombing e il movimento di destra alternativa Alt-Right. Il raid online consiste, a grandi linee, nello spammare in massa un contenuto su un sito o una piattaforma, in modo tale da mandare in tilt la sua normale fruibilità. In occasione delle manifestazioni per l'uccisione di George Floyd, si sono verificati episodi che ricordano il modus operandi del raid, ma con cause o effetti paradossali. Penso, per esempio, a ciò che successo al feed di instagram durante il Black Lives Tuesday, quando molti materiali legati alle proteste, che avrebbero dovuto avere la massima visibilità, sono stati letteralmente oscurati dai black square. Simile nell'aspetto al quadrato nero del suprematismo russo, ma politicamente contrapposto al suprematismo bianco, il simbolo del Black Lives Tuesday è stato per molti la conseguenza di un'azione impulsiva, con il risultato involontario di compromettere la risonanza mediatica dell'evento. La sua condivisione era dettata probabilmente da un desiderio di espiazione, per poi liquidare la situazione con contenuti dai quali trasparivano solo vanità e irrilevanza. In quanto icona, il black square è l'esempio perfetto della tendenza al pensiero unico e del settarismo di molti tra coloro che hanno preso parte a questa e ad altre proteste, il cui modo di parlare, argomentare e ragionare ha l'effetto di sterilizzare e non di stimolare discussioni. Una retorica manichea, riassunta nella politica del 'o stai con noi o sei parte del problema' che non ammette sfumature ideologiche, gradienti di pensiero e realtà sfaccettate. Emblema del pensiero unico, il black square dovrebbe semmai suggerire che il nero totale non esiste. Si tratta di uno di quei rituali che portano in un canyon di auto-legittimazione e vittimismo dove tutto è buio, dove l'ideologia sodomizza l'arte. Il problema non è comune all'intero movimento Black Lives Matter, come dimostrano altri esempi verificatisi nelle prime giornate di protesta in America. E' il caso di alcuni fan americani del k-pop che hanno boicottato - stavolta intenzionalmente - l'hashtag #whitelivesmatter e, in aggiunta, hanno intasato i canali che la polizia di Dallas aveva creato per ricevere segnalazioni su attività illegali avvenute durante le proteste. La raid culture ha preso piede come forma di trasgressione gratuita nella comunità di 4chan, sito nato nel 2003, iniziatore di quello stile psycho-lulzy [1] che ha poi avuto una grande diffusione raggiungendo le frontiere del mainstream. Per dare un'idea della sua importanza, basti dire che 4chan è stata la culla di Anonymous e dell'Alt-Right, i due movimenti forse più rappresentativi dell'attivismo politico in Internet, che sempre durante le proteste contro il razzismo hanno avuto un ruolo rilevante nello scenario mediatico internazionale, ponendosi ai poli opposti della barricata. READ ALL
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ONLINE CULTURE WARS PT.2

Il fenomeno dell'Alt Right è un complicato palinsesto di post-ideologie, considerazioni sui media e associazioni di gruppi sociali marginalizzati. principale coesione identitaria del gruppo, oltre che bacino di nascita del movimento, è la cultura online, legata soprattutto a 4Chan. 4Chan, un vero e proprio fenomeno culturale e visivo più che una semplice piattaforma pseudo-social, ha infatti codificato, prima ancora della discesa apertamente politica del movimento, una serie di fattori identitari facilmente assimilabili al concetto di trasgressione reattiva. READ ALL
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